Che farne d’un grande passato?

Pisa da studiare - Ulisse

Pisa si interroga sul suo futuro, riscoprendo le sue origini e rileggendo la sua storia. 
Oggi, negli ultimi dieci anni, archeologi fortunati e bravi, hanno, a quanto pare, definitivamente svelato il mistero delle origini di Pisa che appassionò geografi antichi, eruditi moderni, storici del Novecento: la città non ebbe origini liguri o greche, bensì etrusche; e fin dagli esordi legate al mare. Così, la grande espansione medievale cessa, in una certa misura, di essere una parentesi storica, per quanto plurisecolare e gloriosa, ma appare il vertice di un destino iscritto nei geni di Pisa e dei Pisani. L’acqua, che poteva essere presenza mortale con le lagune costiere e i vasti stagni paludosi circostanti popolati di anofeli, fu utilizzata per assicurare sicurezza difensiva a uomini e navi, mentre i fiumi, governati e navigati, esaltavano la funzione di centro di collegamento tra la Toscana e il Tirreno prima e poi il Mediterraneo, in una prospettiva sempre più vasta.
Un ruolo mai del tutto dimenticato. Anche all’inizio del Medio Evo, quando, crollate le istituzioni civili e militari dell’impero di Roma, il commercio mediterraneo si andava rarefacendo, una lettera di papa Gregorio Magno del 603 ci informa che i Pisani (non più governati dai Bizantini, non ancora sottoposti ai Longobardi) erano pronti a muovere con le loro sottili navi da guerra verso coste da saccheggiare; né l’inviato del papa era riuscito a farli desistere.
Dalle poche notizie documentarie giunte fino a noi, pare probabile che Pisa abbia conservato nei secoli successivi, anche se per un’attività che non andava oltre il piccolo cabotaggio tirrenico, capacità di costruire imbarcazioni e di andar per mare (il know-how, insomma) che furono poi, a partire dalla seconda metà del X secolo, all’origine di una espansione che ha del prodigioso.
Talora da sola, talora sostenuta da Genova, la futura rivale, Pisa portò le sue navi e i suoi guerrieri vittoriosi in Sardegna, a Palermo ancora musulmana, contro le principali città della costa nordafricana, alla prima crociata (e se è vero che la grande flotta di 120 navi guidata dallo stesso arcivescovo Daiberto arrivò tardi di qualche giorno per partecipare alla presa di Gerusalemme, fu poi decisiva per assicurare il controllo marittimo delle coste e dei collegamenti), infine nella grande impresa balearica che portò alla conquista di Maiorca. Dopo questa data (1115) gli slanci guerrieri parvero acquietarsi e i Pisani, pur mai del tutto dimentichi di una certa propensione alla guerra di corsa, preferirono mettere a frutto le buone condizioni ottenute dai sovrani musulmani e cristiani per commerciare in tutti i porti più importanti del Mediterraneo.
Non a caso il più grande matematico dell’Occidente medievale fu Leonardo Pisano (o Fibonacci), chiamato dal padre a Bugia (oggi Bedijaha in Algeria) fin da bambino per esservi educato dai sapienti arabi; e qui, appassionatosi alla nuova matematica dei “numeri indiani” e dello zero, approfondì il suo sapere nei viaggi per affari e per politica: in Egitto, in Terrasanta, a Costantinopoli, in Sicilia, in Provenza. Sì che mi è parso giusto talora dire che se Galileo poteva anche esser nato altrove senza che la sua vita ne fosse troppo mutata, Leonardo invece non poteva che essere pisano.

Di orgoglio i Pisani dell’epoca ne avevano tantissimo. Già una cronaca veneziana dell’anno 1100 scrive che “essi si comportavano come fossero i padroni del mondo”. Avevano i Romani come esempio da superare; e se comparavano le loro guerre antisaracene a quelle da essi combattute contro i Cartaginesi, esaltarono la loro imponente nuova cattedrale come “un tempio di bianco marmo più meraviglioso di quelli antichi”. Alla metà del XII secolo il geografo arabo al-Idrisi, scrivendo per il re normanno Ruggero, così la descriveva: “È una delle metropoli dei Rûm; celebre è il suo nome, esteso il suo territorio; ha mercati fiorenti e case ben abitate, spaziosi passeggi e vaste campagne abbondanti d’orti e di giardini e di seminagioni non interrotte. Il suo stato è possente, i ricordi delle sue gesta terribili; alti ne sono i fortilizi, fertili le terre, copiose le acque, meravigliosi i monumenti. La popolazione ha navi e cavalli ed è pronta alle imprese marittime sopra gli altri paesi. La città è posta su di un fiume che ad essa viene da un monte dalla parte della Langobardia. Questo fiume è grande ed ha sulle sponde mulini e giardini”.
Attorno alla grande chiesa cupolata, dedicata alla Vergine Assunta, protettrice di Pisa nel Medio Evo, costruirono con il Battistero, il Campanile (che sfiderà per secoli e secoli le leggi fisiche) e il Camposanto, un complesso architettonico che, per la sua compiuta capacità di esprimere ad altissimi livelli l’essenza di una civiltà, è stato, non a torto, paragonato all’Acropoli di Atene. Rudolf Borchardt, finissimo letterato tedesco, scrisse bene che “i quattro monumenti sono quattro incarnazioni dello spirito di Pisa e tutti volgono l’un verso l’altro i possenti volti enigmatici; e alla Toscana le spalle”.
E di orgoglioso isolamento i Pisani finirono. Tenacemente fedeli alla parte imperiale e ghibellina, cui dai tempi di Federico Barbarossa si erano strettamente e per sempre legati. Invano sperarono poi in Federico II, in Manfredi, in Corradino, in Enrico VII. Soli contro Genova sul mare, soli contro le città guelfe della Toscana, soli contro la possente Corona d’Aragona in Sardegna. Eppure, qualche giorno prima della disfatta della Meloria, che nel 1284 segnò la definitiva supremazia tirrenica di Genova, la flotta pisana volle umiliare la città ligure con una pioggia di frecce dalla punta d’argento. Ci furono, allora, più di novemila prigionieri pisani a languire per anni ed anni nelle carceri genovesi; tra essi un fine letterato, Rustichello da Pisa, al quale un altro più illustre carcerato, il veneziano Marco Polo, dettò in francese quel libro poi volgarizzato come Il Milione.

Dopo la conquista fiorentina del 1406 gran parte del ceto dirigente pisano emigrò, soprattutto in Sicilia: fu in quel regno che famiglie come gli Alliata, i Raù, i Da Settimo, i Galletti, trovarono onori principeschi e cariche politiche. Quando con i granduchi Pisa passerà da città soggetta e a lungo ribelle a centro culturale del nuovo stato, il ceto dirigente che si riformò fu legato piuttosto o alle proprietà agrarie o all’università. Anche se - pur condivise con Livorno ormai in pieno sviluppo - nuove glorie erano riservate alla vecchia città marinara: in essa furon collocate la sede e gli arsenali dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, le cui galee eran destinate a combattere i Turchi per mare. Come testimonia la piazza creata per il nuovo Ordine dal genio urbanistico di Giorgio Vasari; quella piazza dei Cavalieri che è tra le più belle e armoniose d’Italia (sol che magari si decidessero a toglierle l’improvvida asfaltatura...).
Ecco, questo intervento è un esempio delle difficoltà che ha Pisa a valorizzare le sue bellezze urbanistiche, architettoniche e paesaggistiche: una incredibile serie di chiese e monasteri romanici, le case torri sopravvissute a trasformazioni e bombardamenti, le dolcissime curve dei lungarni, la quattrocentesca piazza del mercato, i colori di certi tramonti verso il mare.
Colpa del turismo di massa che si limita alla Piazza e alla Torre? O anche dei Pisani i quali paiono afflitti da una strana malattia che qualcuno ha definito pisaggine: come di gente che n’ha viste troppe e ora non confida più nelle proprie possibilità di essere degna, in modi nuovi, del proprio grande passato. Ogni cosa da affrontare non è forse un lavorone? Ovvero non capita in un momentaccio?

Marco Tangheroni, professore ordinario di Storia Medioevale dell’Università di Pisa